Sulle orme delle streghe in provincia di Varese

Tutto si svolge nel 1520 quando appare un avviso sul portone della chiesa di Santa Caterina che invitava chiunque ne avesse notizia a denunciare le streghe di cui erano giunte voci ai sacerdoti e dopo pochi sommari interrogatori, false promesse e torture, finisce con sette roghi in località Monterosso, ma si dice che lo spirito delle streghe vaghi ancora tra quei boschi.

Era esattamente il 20 marzo quando, nel castello del conte Fioramonte Castiglioni, a Venegono Superiore oggi in provincia di Varese, si apriva formalmente un procedimento contro sette donne accusate di stregoneria.

Si trattava di Elisabetta Oleari, Margherita e Caterina Fornasari, Antonina Del Cilla, Maddalena Del Merlo, Majnetta Codera e Giovannina Vanoni, tutte provenienti dai dintorni e tutte accusate di aver partecipato a sabba satanici nei boschi.

L’accusa era stata mossa da tale da Jacopo (o forse Giacomo) da Seregno, processato a propria volta e condannato al rogo a Monza un anno prima, nel 1519, in un intricato intreccio di accuse, paure e superstizioni che travolse intere comunità in Lombardia.

L’odio generale era alimentato anche dallo stesso nobile Fioramonte Castiglioni, ospite del tribunale inquisitorio, che pare dicesse di ritenere le streghe responsabili della morte in fasce del suo bambino e per questo sospettoso di tutto e di tutti.

Le accuse di stregoneria

I fatti contestati risalivano a sette anni prima, tutte le donne furono accusate di aver intrattenuto incontri col Diavolo, che avrebbe detto loro di chiamarsi Martino, di aver fatto fatture con le mani a bestiame e bambini, provocandone la morte e di aver avuto molti accoppiamenti carnali con demoni a seguito degli accordi presi con un non meglio identificato soggetto, forse il diavolo stesso, che avrebbe promesso loro salute e fortuna da quel momento in poi.

Le prime ad essere interrogate furono Margherita Fornasari con la figlia Caterina, minacciate di tortura si dichiararono colpevoli di tutte le accuse senza coinvolgere altre persone, dovendo però fare i nomi dei propri complici.

Tra questi furono nominate Elisabetta Oleari, che si proclamò sempre innocente resistendo a tutte le torture e li esorcismi che le venivano inflitte, ed un uomo, che però fu condannato solo all’esilio.

Tra le altre donne sottoposte ad interrogatorio una di loro morì sotto tortura, ma fu comunque bruciata insieme alle altre nella piazza antistante la chiesa di Santa Maria, presso il castello di Venegono Superiore.

Le streghe oggi

La vicenda era andata quasi dimenticata, ma dopo la riscoperta di un antico documento sul Processus Strigiarum di Venegono, pubblicato in un volume nel 2000, l’Amministrazione Comunale e la società del Parco della Pineta, teatro dei fatti medievali, hanno cominciato ad interrogarsi sull’opportunità di commemorare quanto accaduto realizzando un suggestivo sentiero nella pineta sovrastante il comune, denominato, appunto, “il Sentiero delle Streghe”.

Alla fine prevalse la memoria ed il sentiero realizzato consiste in un percorso facile di circa 2 (due) chilometri che parte dal parcheggio situato in via Fratelli Kennedy 1, appena fuori paese, e dove è presente una prima statua commemorativa ed un totem con un QR code da inquadrare con lo smartphone per accedere alla guida.

Sul posto il segnale internet è scarso, ma un secondo QR Code permette di collegarsi gratuitamente alla rete Wi-Fi dell’adiacente Pianbosco Village e poter navigare le informazioni.

In ogni caso il percorso è interamente segnato da totem informativi e installazioni che raccontano il contesto storico, la storia dell’Inquisizione e, soprattutto, il processo alle streghe di Venegono che ha dato origine al tutto.

La caccia alle streghe nel Ducato di Milano

Se il processo alle streghe di Venegono è considerato tra i più famosi ed importanti, certamente non è l’unico e la storiografia degli ultimi decenni ha ormai determinato con certezza che quanto documentato dell’Inquisizione milanese è solo una piccola parte del fenomeno, dato che la maggior parte dell’archivio del Ducato di Milano è andato distrutto in un rogo ordinato dalle autorità austriache il 3 giugno 1788 e quasi tutto il resto disperso sotto i bombardamenti anglo-americani del 1943.

Ciò nonostante è stato possibile ricostruire che la persecuzione alle streghe iniziò alla fine del Trecento solo in pochi luoghi, per poi diffondersi ampiamente nella seconda metà del Quattrocento, con una media di circa 2 condanne a morte per ogni “caccia alla strega” eseguita rimanendo stabile, con il solo aumento delle condanne, all’inizio del secolo successivo.

I territori più colpiti furono quelli del Comasco e della Val Camonica e, nel complesso, furono oltre 600 le persone processate di cui si ha conoscenza, delle quali all’incirca 250 furono giustiziate o morirono sotto tortura e nel 90% dei casi fu determinante il giudizio del tribunale ecclesiastico, che aveva competenza sui reati di eresia e di apostasia della fede, mentre il potere secolare si occupava solo del crimine di “maleficio”.

Le vittime dell’Inquisizione erano quasi sempre accusate di divinazione, magia, culto di elementi naturali e luoghi particolari che erano parte delle pratiche religiose popolari, ma anche pratiche demoniache, il tutto enfatizzato dalla la volontà di stigmatizzare componenti sociali non integrate nei costumi e nelle usanze desiderate dalle autorità del tempo.

In tantissime deposizioni compare il nome di Diana, altrimenti detta Bona Dea, Bona Dama, Signora del Gioco o Madonna Oriente, come diretta prosecuzione di una divinità pagana femminile venerata anticamente in Lombardia, anche se, secondo alcune imputate, questa non si poneva in contrapposizione al Cristianesimo, ma era una semplice interpretazione locale che integrava la religiosità.

Pur tuttavia la tradizione che contemplava immagini e esperienze inconsuete, resurrezione di animali, il consumo comunitario di carne e bevande e l’iniziazione dall’età adolescenziale, veniva ritenuta dagli inquisitori originata dal Diavolo diffondendo la convinzione che i sabba e le streghe fossero delle realtà avverse al monoteismo e alla stabilità sociale.

Il processo inquisitorio, si basava essenzialmente su delazioni sufficienti a condurre una persona davanti al tribunale, la tortura venne applicata come comune tecnica di interrogatorio era senza uscita, le confessioni venivano estorte con la violenza o con la promessa di essere salvati, ma una volta ottenute, diventavano prova di colpevolezza che di norma conduceva alla morte sul rogo.