La pasta di Dio esiste e si trova in Sardegna.

Foto di Massimo Zara con licenza CC BY-NC-SA 2.0 da Flikr

“Se” la si trova, perché è un tipo di pasta tradizionale rarissima e non commercializzata il cui nome deriva forse dal termine arabo fidaws che significa “capelli”, diventato dopo la conquista spagnola dell’Isola fideos, per poi cambiare ancora, nel sardo arcaico, in findeus e findeos e quindi all’attuale filindeu.

L’interpretazione, però, che preferiamo noi del Cactus è quella legata ai “fili di dio”, per l’abitudine di servirla in un piatto destinato ai pellegrini storpiato nel tempo, appunto, in filindeu.

Questa pasta, considerata tra le più difficili al mondo da realizzare per la sua sottigliezza, è preparata solo con semola, acqua e sale, l’impasto ottenuto viene tirato a mano fino a diventare fili sottilissimi e poi disposta in tre strati a formare una trama su un canestro di asfodelo intrecciato.

Viene di norma preparata in occasione della festa di San Francesco di Lula e dopo essere stata essiccata al sole, viene spezzata e servita in un brodo di pecora, spesso con l’aggiunta di un buon pecorino fresco.

I suoi sottilissimi fili sono davvero difficili da realizzare, al punto che ormai solo pochissime esperte persone la sanno produrre, serve mano allenata e capacità di riconoscere la consistenza perfetta, perché il semplice dosaggio delle materie prime risente persino dell’umidità e tutti i tentativi di riprodurla meccanicamente sono in passato falliti.

La tradizione

L’occasione per la preparazione sono, come detto, le feste di San Francesco di Lula, quando, da secoli, nelle notti del primo maggio e del 4 ottobre, i pellegrini raggiungono il santuario campestre, eretto sopra la piccola chiesa che nel XVII secolo un bandito nuorese aveva edificato come ex voto per essere stato scagionato dalle accuse.

Durante quelle notti, i fedeli partono dalla chiesa del Rosario di Nuoro e dopo aver percorso a piedi i diversi chilometri per raggiungere il santuario, i priori offrono ai pellegrini il sostanzioso piatto di minestra con i fili di dio per rifocillarli.

Preparazione

Un tempo molto più diffusa, la preparazione di questa specialissima pasta viene fatta esclusivamente a mano secondo un’arte tramandata dalle donne locali di generazione in generazione ed oggi si stima che non più di una decina di esse siano ancora in gradi di prepararla.

L’impasto, inizialmente costituito solo da semola di grano duro e acqua, viene lavorato manualmente per almeno un’ora, idratandolo continuamente con una soluzione di acqua e sale fino a raggiungere la consistenza ottimale.

Raggiunta la consistenza ideale viene tagliato in pezzi da un etto, arrotolato inizialmente in cilindri e quindi “tirato” a mano e piegato in due, poi in quattro e così via per altre sei volte, ottenendo esattamente 256 lunghi fili che vengono stesi su un piano tondo largo mezzo metro o poco più, realizzato in foglie di asfodelo per favorirne l’essiccazione.

Una volta ricoperto tutto il piano con i primi fili paralleli, si posano altre due serie di fili con orientamento ogni volta divergente di una sessantina di gradi ed infine si pone ad essiccare.

Una volta secco, il filindeu così realizzato, viene poi spezzato a mano in pezzi da immergere nel brodo ottenuto bollendo carne di pecora e, infine, si aggiunge il pecorino fresco acidificato.

L’Arca del Gusto:

Trattandosi di un vero e proprio tesoro gastronomico sardo il filindeu è stato inserito nell’Arca del Gusto, un catalogo di cibi a rischio di estinzione, per la sua importanza storica e culturale.